I fiori plastificati

La disperazione più totale si fa largo in ogni principio che mi è stato insegnato – forse con una goffa nostalgia al passato – ma esisterà una chiara e netta differenza tra le parole “soggetto” ed “oggetto”. mi pare così facile la mescolanza. ed io mi sento inetta nel non saper pronunciare la nuova lingua. non sono più gli altri a deludermi, piuttosto è la corona di fiori plastificata sulla mia icona.

Naufragio e ricostruzione

Potremmo ad una certa ora di domani fermarci tutti, immobili, per almeno dieci minuti. sì, una minuscola eternità. e lasciare muovere esclusivamente le fronde degli alberi, gli animali, il vento, il polline, l’acqua e credere fermamente si tratti dell’apocalisse e di una fine voluta e cantata da noi – popolo umano – mangiatore di mele ma salvatore di serpenti – e ricominciare leggeri come argilla cotta nel deserto.

Un appiglio

Quando bussa per entrare sembra insignificante. ti aspetti lasciando l’uscio di non renderti nemmeno conto della differenza. per quell’attimo in cui apri – suonano leggeri tutti i vetri dentro agli armadi – e pensi ad una melodia familiare. è la tentazione dolce d’un ago smarrito. quando la tristezza appare liscia come il marmo bianco. e poi improvvisamente gli accumuli. e gli scarti.

L’ingenua provincia

Mio padre l’altro giorno dopo le ventidue mi portava in giro indicandomi con il dito “questo” e “quello” – e mi diceva – “fotografa” – e poi alla gente che si fermava diceva con la voce bassa e roca un poco bagnata di vino “è mia figlia” ed un uomo gli ha chiesto “ma si vedono le cose lì dentro?” ho provato tenerezza per il mio paese e le sue feste celebrative ho provato amore per mio padre fiero delle decorazioni ho provato senso e mi sono persa nel passo zoppo di papà tornando a casa.

Scende la marea

Ti saluto. giusto il tempo per girare il capo. e piangere stretto. con la gola che torna indietro. alle parole non dette. ai giorni non insieme. potrei chiamarti amore. madre. amica. non basterebbe mai.