Nessuno lo tocchi

Nessuno tocchi mio padre. lasciatelo lì. così. imperfetto. con le sue sigarette di troppo. i calici economici pieni di vino. la magrezza e la piccola montagna gonfia intorno l’ombelico. le occhiaie. i capelli spettinati, lunghi e bianchi. nessuno tocchi mio padre. pulisce i bicchieri colorati e poi li appenderà alla corte del paese. non prega, non chiede, non porta croci ma fa andare le mani e prepara le celebrazioni. nessuno tocchi mio padre. bellissimo e vicino alla vecchiaia. con gli occhi sottili e schiacciati, azzurri e lunghi. nuvole dopo il temporale. la settimana enigmistica. la fossa nel divano. la televisione accesa fino tardi. le partite di briscola. le bocce nell’armadio. le bestemmie. i silenzi. il taleggio con olio e sale. nessuno tocchi mio padre.

Osservando la famiglia

“Passavamo il giorno bevendo caffè perchè non lavoravamo” le tremavano le mani mentre riempiva sacchi di roba. aveva imparato a cucire dalle sorelle di zia. parlava una lingua non sua. la madre immobile fissava fuori dalla finestra una terra invisibile. seppure nessuno se ne rendesse pienamente conto, lei pregava. erano mute come due campane senza battaglio. zeppe fino ai calli dell’antica memoria, però, dei canti. avrei voluto sorreggerle. entrambe. erano bellissime. ed io come un nano a cui è concesso di spiare per la propria diversità, godevo della bellezza contraria familiare.  

Ancora nella fogna

La propria voce, non si può amare. è una voce matta la mia. vorrei fasciarla e riempire ogni crepa. esce seme da tutte le parti. in modo poco controllato. eppure è così profondamente mia. che in fondo ne vado fiera. per la bandiera che innalzo sudicia e ben piantata nel terreno più sbagliato. un giorno saprò dire la ninna nanna e chinare le ghiandole nella fontanella di acqua potabile. ma adesso, va bene, guardo i coccodrilli nelle fogne ed imparo a non tagliarmi con le squame.  

Una vita in affitto

Mi lascio trascorrere come un calendario di qualche anno fa restato appeso alla parete accanto al cantante rock dei primi spinelli misti a gomme da masticare. non guardo più le lancette dell’orologio e mi addormento all’ultimo spiraglio di buio. mi sento il proprietario di un deposito di granate mai esplose e contemporaneamente pago l’affitto di un fioraio ostinato. la mia è una vita disordinata e senza meta il più delle volte così posso permettermi di restare immobile di fronte alle rondini – arrivate in ritardo anche loro quest’anno – e tendere l’orecchio allo scoppio.

Pecora, lupo e pastore

Mi venne a parlare mentre gli altri fumavano nel cortile. io non fumavo. lei non prendeva il sole. così restammo all’ombra. era bella, con quel suo cadavere ben vestito ed i capelli visone lungo le spalle ossute – appena scoperte. “il gruppo pensa che tu voglia attirare l’attenzione, dici tutte quelle cose sboccate e segrete”. il ricordo di me bambina terrorizzata all’alba di Settembre si mosse con prepotenza intorno al pube. “io sono questo. sono così. mi viene naturale dire le cose sboccate e segrete. perchè per me non sono tali. le dico ad alta voce e le dico a bassa voce. sono stata pecora. e poi sono stata lupo. ed ancora pastore. in fine mi hanno insegnato a non essere niente”. “capisco. ma non è facile da capire”. “non deve essere facile.”. “si, ma allora non rimanerci male”. “si, ma in alcuni giorni torno pecora, torno lupo, torno pastore e mi viene fame e sete”. da quell’istante sei la mia vergine, santino nel diario con le pieghe verso i bordi. ho due donne d’ammirare e guardare quando ho paura adesso. e mi fa sentire meno sola. anche nel frastuono del disagio.