Alla mia gente

credo potrei chiamarVi disperati. io potrei essere in cima alla riga. in fila verso una razione di meno. siete la mia famiglia meleodorante. piena di croste ed occhiaie. un Re. passa a cavallo, gli sporgono le piume fino agli zoccoli. che bell’uccello sul levriero. mi guarda. mi accarezza la nuca spostata verso il nero del sole perchè accecante. vorrebbe caricarmi. coricarmi. eppure peso più della pietra che nutre le montagne. non riesce a sollevarmi. mi guarda negli occhi e mi chiede “non vuoi?”. io scuoto gli occhi. e continuo a camminare avanti. mentre il Re tenta di prendermi. finchè cala la notte. ed il Re ed il suo galoppo sono esausti così annegano nella palude. noi gli marciamo sopra. io, tragicamente, rido. allora si ride tutti. ci si ferma. ognuno passa un chicco di grano. e dalla bocca dell’ultimo fiorisce l’intero granaio.

Dopo una notte, nel mattino, scappiamo verso il mare

aprii gli occhi ed eri lì rovente dalla rabbia. sudato ripieno della prima mattina a digiuno. nudo. con un dito puntato alle lenzuola. mi contenevamo. urlavi. e forse, anche, piangevi. piccole gocce di rimprovero e terrore. poi corsi via. in mezzo alla strada croata. ti rincorsi. giurandoti che sbagliavi. avrei potuto chiamarti – amore mio – ma non eravamo questo. sarebbe stato troppo facile. non potevo chiamarti se non aggiungendomi al tuo latrato. sembravamo due cani picchiati. che rimbalzano sulla stessa catena. violentati da mani diverse e da padroni uguali. ti eri lasciato influenzare da chi troppo alla svelta mi aveva nominato. ma poi si cadde, per caso, e si prese a ridere. mi riconoscevi. lì umiliata e bellissima, vergine te lo assicuro, ed intimamente tua. non come donna. ma come un bambino possiede l’aquilone. come una promessa fra sé ed il cielo. siamo stati creati mortali ma insieme siamo esseri divini.

Le tigri sul precipizio del letto

ti chiamerò Ampelo quando con la coda smisterò i nostri gemiti. saranno vigne, le mani in frasca. non tacere il mio nome le mille volte in cui risorgerò nel tuo grembo. ubriaco fino allo sfinimento, lascia ch’io doma le tigri sul precipizio del letto e ti faccia ingoiare falene fino l’alba a seguire. giaci tra le ostia sconsacrate e senza veli.

Il mio nulla, la vostra meraviglia

mi è caduto l’occhio. vedo a metà. cava da una parte. e quando sogno resto lucida. e mi esce del liquido rosa dalla ferita. sà di fragola. si attacca. mi chiamano Tiresia. se bevono il mio liquido, loro, guardano la verità. io – sento il buco più profondo.

Cosa si è salvato di quella felicità povera

come siamo arrivati a questo? ricordo quando con della moneta prendevo del gelato dall’uomo della carretta e mi sembrava di aver comprato l’universo e lo sentivo proprio nel mio palato l’intero universo. giocavamo nel cortile con i sassi ed il pennarello nero. quello rosso quando andava di lusso. ridevamo tanto all’ombra del fico mentre le signore raccoglievano l’erba da fare cuocere e mangiare a cena. mamma si, mi faceva il segno della croce uscendo sulla porta ed io brontolavo ma in fondo andava bene così perchè era un suo modo di salutarmi ed augurarmi buona giornata. papà che aveva l’odore della serratura. e mio fratello più grande, lui conosceva tutti i nomi dei dinosauri. non avevo paura nemmeno quando c’era poco da mettere sotto ai denti o non mi compravano l’ultimo gioco alla moda. non avevo paura perchè salivo sulle spalle di mio padre e gli toglievo i capelli bianchi, ogni capello era cento lire. e se non c’erano le cento lire era una nocciolina. non avevo paura perchè mia madre mi faceva pedalare fino al paese vicino ed andavamo a trovare la zia sudate e bere l’acqua della fontanella era bellissimo. si, capitava piangessi. per capricci o le prime cose serie. ma la notte di san Lorenzo si esprimeva ciascuno il proprio desiderio e Dio quando ci si credeva. io ci credo ancora adesso ai desideri.