Un’emergenza consolidata

l’arrivo dell’ambulanza. non accadeva dagli anni in Umbria. la pressione troppo bassa. i battiti accellerati. una tragedia mancata grazie ai riflessi pronti di Adele. mi scrivono bronchite acuta. fanno l’elenco dei farmaci. consigliano esami e controlli. non si tratta solo di questo, farfugliano. il mio corpo trema. ricorda l’inverno trascorso ai raggi x. le mancate risposte. la medicina ignara eppure sempre spavalda. siamo cellule anonime più o meno classificabili dentro un vetrino. ho smesso di aver paura. un giorno desideravo il nome a tutto questo. penso alle intime agonie di Luca. anche quelle senza identità. mi appello alla psicosomatica. rido. era bello giocare con gli spiriti e credere negli aliti che corrono fuori dalla bocca. li vedo, li vedo… è il male che se ne va. siamo dolcemente condannati a cercare chi siamo. illuderci. costruire fede e religione intorno al vuoto. alla distanza tra noi e Dio. adesso, in questa domenica appena chiara, riposo sommersa dalle coperte e grido a labbra chiuse come la bambina che fui. sono stanca. voglio il tempo per collezionare farfalle e seminare violette.

Il mio gigante

Quando ero piccola, dopo aver pianto per ore, immaginavo un gigante con un fiore tra le mani. allora alzavo le braccia verso di lui. restavo ferma finché venivano a sollevarmi da terra. chi forte. chi piano. allora senza nessuno potesse guardarmi coglievo quel fiore e baciavo il mio gigante. adesso colgo il tuo fiore, e bacio te.

Il nido scuro

c’è una sorta di zucchero nel punto che duole. da bambina annodavo il lenzuolo intorno la ferita affinché pulsasse con maggiore ostinazione. mi addormentavo contando i battiti del sangue vivo. non bisogna coccolarsi nel proprio male. è semplice. ci riesce naturale. dannazione a noi. esseri squisitamente egocentrici. senza mentire, la bellezza risiede nel dolore. perchè lì siamo finalmente qualcosa di tangibile. ci sentiamo esistere.

Dolcissimi fraintendimenti

Mi piacevi fino al gesto della sigaretta sul lato destro della bocca. ti guardavo ovunque, anche sotto la coperta mentre intrecciavi i piedi nudi e li strofinavi sul lato. avevo voglia di sentire parlare le tue interminabili chiamate piene di fraintendimenti. quanto adoravo l’odore dei panni ammucchiati e riversi sui miei. i film, la sera. i dialoghi inconcludenti e con il dentifricio fra i denti.

Non più una rosa

Arrivò quel giorno diverso da tutti gli altri. lo potevo davvero toccare. dalla prima saliva deglutita. io, sapevo. ieri ero una bambina. stamani, le lenzuola a cavallo tra le gambe coprivano non più una rosa bensì una pianta grassa. piano, iniziava il suo gonfiore. trattenevo, ingrata quasi. dio mio, quanto è pesante la bellezza e quanto è infima con i suoi già primi segreti.