Mi chiamo Samanta

Il medico dice : sette giorni. io ribatto : sono troppi. l’accordo. fino a lunedì. la gastrite. la promessa di un nutrizionista che sostituisca le mie crisi di burro. un no, tassativo e pesante sul cibo giapponese. mai più. sembra il finale di un horrore. niente latte. niente caffè. sta scherzando? nemmeno d’orzo. niente te. deteinato, può darsi. niente frutta, quella fermenta. niente fritto. niente yogurt. ok, magro e bianco non quello della muller quello non è yogurt è dessert travestito da prete. patate e carote, in quantità. non bastano i conati, i crampi allo stomaco, i capogiri, e via dicendo. adesso ho anche le allucinazioni. a letto vedo davanti a me un’enorme chicco di caffé, patinato con del burro caldo; con ai piedi della panna fresca e per occhio – dio mio – ha del sushi. non gli chiedo nemmeno la torrefazione. mi avvicino a soffocarmi con il cuscino. mi attendono mesi lunghissimi. chiedo aiuto. mi chiamo Samanta. e ho delle dipendenze.

Tantalo

Si può sentire nostalgia per qualcuno che ancora è lì, con te? è incredibilmente crudele amare

La forza delle donne

Bagno con shampo, un minuto di posa, balsamo condizionatore, un minuto di posa. steso l’argilla sul volto. primo strato, secondo fino a quello desiderato. il tempo che tiri la pelle all’inizio brucia sotto gli occhi e sotto al naso. unghie. lima, niente smalto. uso della spugna dura strappa la pelle morta – sono quei rituali in grado di metterti in armonia, non hanno valore sono indifferenti alle tragedie eppure ci sostengono e ci fanno restare compatte a noi donne.

Fra le macerie

Arrabbiata marcia. arrabbiata stanca. arrabbiata sudata. arrabbiata con le lacrime monche. le radici dell’albero non piantano il terreno. i fiori vorrebbero sbocciare ma i petali restano sciupati. tutto tace. il mio urlo è tonfo. ed io avanzo pesante come un rinoceronte, con la testa vuota e tanta saliva.