Cara Gubbio

cara Gubbio, ti scrivo con la penna piena delle ultime gocce d’inchiostro, guardo vecchie fotografie graffiarsi sotto l’ennesima lacrima ballerina ed ancora cerco nello specchio la ragazzina con le trecce lunghe ed il collo del piede troppo alto per stare composta – cara sala rossa che mi hai mangiato i passi, rotto gli occhiali, fatto salire sopra il lampadario e trainare una barca dentro al letto – caro direttore d’orchestra meno matto delle mie domande e dei violini che suonavo mangiandomi le unghie – cari compagni di viaggio – caro sordo che mi disegnavi la musica sul bordo polveroso della trinità – cara cieca che mi ascoltavi il cuore esploderti addosso – caro filo di luce sotto la porta che mi hai dato sempre un motivo per alzarmi e procedere pur zoppa – quanto tempo è trascorso, eppure pare ieri – forse è così – restiamo immobili dove abbiamo sfiorato l’eternità

Sei cresciuto dall’indifferenza

sei cresciuto dall’indifferenza di mamma e dal potere di papà, portavi i rasta per graffiare le banconote, prendevi brutti voti per rivendicare la libertà e facevi musica perché qualcuno ti ascoltasse urlare senza fare domande magari pagandoti da bere. poi hai costruito parquet bianchi, hai iniziato a togliere scarpe per camminarli, a piegare i pantaloni sporchi della strada per raggomitolarti pulito tra le lenzuola linde fino a spegnere la luce e chiudere gli occhi per dormire – perché la notte si deve dormire. hai amato uomini e donne passando dal sapone al gas. ti si poteva programmare, dicevi, eseguivi per gioco gli stati d’animo in precedenza concordati. non andavi mai oltre una conoscenza superficiale e se accadeva allora disfacevi la perfezione e tutto diveniva tremendamente fastidioso. volevi essere perdonato. improvvisamente diventavi una bestia e ripetevi con ossessione l’aggettivo possessivo mio e mia. capitava talvolta fermassi l’intera giostra e mi chiedessi “perché?” allora ti carezzavo piano il capo consapevole che presto o tardi avrei fatto la stessa fine che destinavi a te stesso. iniziavo a raccontarti, come ti piaceva, delle favole più o meno legate alla reatlà e ti assopivi apparentemente redento tra le mie braccia. mi hai concesso troppo per lasciarmi andare via senza morire di te.  

C’è una colomba sul davanzale

c’è una colomba sul davanzale. sta iniziando a piovere. si bagnerà le piume. allora busserà con il becco. scosterò meglio la tenda. forse abbasserò la maniglia e la farò entrare. poi uscirò io. mi metterò dove stava lei. ed inizierò a bagnarmi la pelle. vorrò volare via. aprirò le braccia e me ne andrò.

Matilde spara

Matilde vive sola. Matilde ha due gatti, dodici pesciolini in sei bocce di vetro piene d’acqua fino all’orlo, un falco, un cane piccolo, un cane medio, un lupo. Matilde si prende cura di loro, distribuisce le dosi di cibo. li lava. li pettina. li acconcia. Matilde cala gli animali giù dal balcone. lo stesso uomo li porta a passeggio. lo stesso uomo suona un campanello e risale le bestie. lo stesso uomo mette nel cestino il cibo, sapone, e libri per Matilde. Il vicino con il binocolo spia Matilde e ride. Matilde fuma fino a riempire la stanza. Matilde mette il cappello da uomo e davanti allo specchio si tocca. Matilde balla quando suonano le campane ed apre le tende. Matilde dondola la notte sul terrazzo fino all’alba. un giorno lo stesso uomo non torna. il giorno dopo c’è un uomo nuovo. l’uomo non vuole portare a passeggio, non vuole suonare, non vuole mettere. l’uomo sale le scale ed apre la porta. aperta. Matilde spara.