Perdeva ciocche di capelli

perdeva ciocche di capelli come fossero fatti di parrucca. non era malata. raccoglieva tutto con lo scopino senza buttarli mai via. forse li conservava per le bambole. forse li perdeva apposta i capelli. per dare vita alle sue bambole. quelle sopra al letto, sulla mensola d’alabastro di papà.

Ricominciò a scrivere

ricominciò a scrivere dopo aver trovato una dedica dell’anno precedente, bagnata dall’acqua della primavera, appiattiva parole di un’altra storia finita come il chiccho del rosario che si perde sotto al letto della vedova prima dell’ultima preghiera

Restavamo ciechi

restavamo ciechi e con la schiena girata. lui tintinnava un campanello finché toccati finivamo a terra. le piante dei piedi combaciavano. il corpo accovacciato. il cortile della chiesa protetto dall’ombra del campo di grano. si sentivano soltanto i rumori sottomessi dell’ingranaggio. non ci eravamo mai guardati. ignoravamo le nostre fattezze. parlavamo così, per ore, una volta alla settimana finché scendeva abbastanza luce per alzarsi ed andarsene. senza girare il capo. senza sbendare gli occhi.

Possibile che una donna

possibile che una donna non possa voler parlare di sesso senza passare per una puttana? era sempre la solita storia – si tiravano le cinque del mattino senza che nessuno si rendesse conto che non poteva tirarmi l’uccello semplicemente perchè non ce l’avevo e mi rodeva il culo il fatto di non essere scoperta ma dopotutto quello era l’unico modo che avevo di giocare a poker con loro – i bastardi

Questa è un’altra storia

questa è un’altra storia. non collegatela a quella precedente. un’altro dei quaderni che sfilo da sotto il letto. bordati di profilo rosso con la copertina nera ruvida e porosa. si tratta di lui. finalmente si parla dell’impiccagione. e di come fui costretta con la mano destra a tirare la corda finché il gozzo gli si fece rubino e con la mano sinistra a toccarmi dirigendo il mio urlo al suo gemito come mi fu dettagliatamente comandato.